
Entrare in una grotta è una cosa che ancora oggi faccio fatica a spiegare. Quella valanga di emozioni che ti travolge il secondo prima di squarciare il buio con la lampada fissata al casco è indescrivibile. La sera prima sei davanti al sacco speleo, che scegli cosa prendere e a cosa rinunciare, e il giorno dopo ti stai buttando a capofitto nelle viscere della Terra, dove nessuno ha mai osato mettere piede. E ti rendi conto che nessuno avrebbe potuto preparati. E ora procedi. Cammini, strisci, le ore passano e non sai dove arriverai. Ma sai che qualcosa potrà stupirti, proprio come quando a tre anni vedevi un cagnolino che rincorre la palla nelle nuvole trascinate dal vento.
IL CORAGGIO DI CAMBIARE STRADA
Grotta Via col Vento. Una di quelle grotte che già quando ero alle prime armi mi aveva fatto sgranare gli occhi. Un mondo nascosto che si amplia nel monte Campo dei Fiori, a due passi dalla città di Varese, che lentamente ti si svela sotto gli occhi. Al primo sguardo ti ammalia con i suoi saloni immensi, con i camini che ti fanno sentire minuscolo, con le antiche forre scavate dall’acqua che si innalzano a perdita d’occhio, con le cascate impetuose che rimbombano nelle orecchie.

Poi, al secondo sguardo, le pareti si rivelano e mostrano stalattiti, stalagmiti, eccentriche e fossili di tutti i tipi. Perché le grotte sono sudore e fatica, ma anche la pazienza e il coraggio di posare gli occhi dove nessun altro lo farebbe mai. E da qui parte la mia storia. Un paio di anni dopo quel primo assaggio di ciò che si trova sotto ai piedi di tutti. Da un'occhiata veloce in una condotta accanto alla via classica. Siamo in due, mio padre ed io, che durante un'uscita con un altro obiettivo ne rimaniamo rapiti. Una semplice condotta nella parete di roccia spessa. Accanto alla via classica, quella via che ormai conoscevamo come le nostre tasche. Una semplice condotta, che a noi sembrava una porta su un mondo nuovo da esplorare.

Prendiamo coraggio. Ci giunge un nome alle orecchie da qualcuno di navigato del gruppo: ramo 26. Solo un nome, nulla di più. La curiosità ci divora, siamo affamati di scoprire qualcosa di nuovo e buttiamo dentro la testa. Le luci dissolvono il buio e le voci rompono il silenzio. Una saletta, che termina in una condotta a gomito stretta, ci si apre davanti agli occhi e restiamo di stucco. Bellissima. Stiamo calpestando un mondo nuovo. Prendiamo coraggio di abbandonare la via conosciuta e ci lasciamo travolgere dalla gioia dell’esplorazione. Abbiamo il naso incollato alle pareti e setacciamo ogni centimetro: coralli, crinoidi e bivalvi fossili appaiono, uno dopo l’altro, sempre più belli del precedente. E in una frazione di secondo stiamo esplorando il fondo di un antico mare. Mio padre ed io ci guardiamo, non sappiamo cosa troveremo oltre quella condotta, ma sappiamo che dobbiamo proseguire. Vogliamo proseguire. Vogliamo svelare qualsiasi segreto che questa via dimenticata e mai esplorata ha da offrire.
TUFFARSI ALL’ESPLORAZIONE
Preparare il sacco speleo è un rituale strano. La volta prima non avevi idea di cosa ti avrebbe aspettato. Getti dentro qualcosa che si adatti a qualsiasi tipo di situazione. Ora invece, stai preparando un esplorazione. Siete in due, davanti al sacco e agli attrezzi. Punte, mazzette, corde e cordini, piastrine e moschettoni, ancoraggi di tutti i tipi, trapano e batterie. Ora si gioca sul serio. Io e mio padre discutiamo, valutiamo ogni scelta con dovizia di particolari. Scegliamo la corda al centimetro e contiamo gli ancoraggi. Il peso si fa sentire, ma siamo determinati. Dobbiamo essere preparati a tutto. Sappiamo che il lavoro sarà lungo, ma non possiamo rimanere ancora a bocca asciutta. Dobbiamo varcare quella curva a gomito strettissima. Dobbiamo vedere con i nostri occhi se dall’altra parte si apre un mondo oppure nulla.

Ora siamo nuovamente davanti a quella porta nella pietra. La varchiamo e ci troviamo nella saletta. I sacchi pesano, ma siamo determinati. Ci troviamo davanti alla condotta stretta. Una piastrina arrugginita vecchia di un quarto di secolo ci fa subito capire che nessuno mette piede in questo luogo da tempo dimenticato. Tempo zero siamo incastrati nella condotta e stiamo giocando agli shanghai pur di trovare una posizione umana. Un colpo di mazzetta dopo l’altro ci apriamo il nostro spazio e mettiamo la corda. Un pozzo ci attende, pronto ad essere sceso. Centimetro dopo centimetro attraversiamo questa condotta. Sfreghiamo con ogni parte del corpo ma nulla ci può fermare… buttiamo la testa oltre la condotta e un salone immenso e verticale si apre. Ci si illuminano gli occhi, mentre ci gettiamo a capofitto sulla corda verticale. Il salone è stupendo: camini altissimi svettano sopra le nostre teste. Quando riusciamo a tornare con i piedi a terra ci troviamo davanti ad un’altra condotta. Uno scivolo di fango che dà nel nulla. Ci tuffiamo.
Attraversiamo a carponi delle condotte tortuose e ci troviamo in una terza sala. Immensa. Camini alti tra i venti e trenta metri ci aspettano, mentre una corda abbandonata, colpita da qualche goccia che arriva dove pure le luci faticano ad illuminare, ci indica la via che dobbiamo seguire.
Papà si appende. È determinato. Vuole vedere cosa si nasconde sopra. Io gli faccio assistenza da sotto con una seconda corda. La corda abbandonata sembra buona, ma sapete come si dice: fidarsi è bene, non fidarsi è meglio. Comunque, una pedalata dopo l’altra arriva in cima e mi assicura che è tutto messo bene. Dovremo fare dei lavori di riarmo, ma ora i suoi occhi sono appiccicati alla parete. Si sgancia in fretta e furia e mi dice di salire.

Mi appendo. Pedalo mentre lo sento dire che sta vedendo fossili meravigliosi. La curiosità mi assale, devo vederli anche io. Sento parlare di conchiglie e bivalvi in perfetto stato di conservazione, di una parete che sembra una barriera corallina, di crinoidi bianchi intonsi e di un gasteropode grosso come un pugno. Accelero. E ogni goccia di sudore viene ripagata.
Stiamo documentando questa “zuppa di mare” mentre un altro pozzo, di almeno 20 metri, ci si presenta. È tortuoso. L’ingresso stretto. Ma dobbiamo proseguire. Buttiamo una corda e a fatica arriviamo alle porte di una forra stretta, serrata da lame di selce come le fauci di un drago. Papà non ci passa con le spalle, io a fatica. Per questa volta ci fermiamo.
L’ARTE DELLA PERSEVERANZA
La settimana dopo siamo di nuovo lì. Luca e Marco si sono aggiunti, pronti a rimanere a bocca aperta. Siamo quattro e siamo carichi. Ci fiondiamo sulla forra. È ancora lì, serrata dalle lame di selce. Luca ed io ci proviamo ad entrare. Sento la tuta tirare da qualsiasi parte. Qualche strappo si apre ma non mi fermo, sono determinato a vedere cosa c’è oltre. Ancora qualche centimetro e poi… continua. Una condotta circolare intercetta una faglia e prosegue. Mi mancano le parole dalla gioia. Dietro i lavori partono e, tra un colpo di martello e l’altro, Luca ed io partiamo alla volta di un luogo mai visto prima. Nemmeno un'impronta di scarpone nell’argilla a pavimento. Neanche l’ombra una traccia di dita sulle pareti. Ci avventuriamo nei meandri aperti dalla faglia sopra le nostre teste ed erosi dallo scorrere dell’acqua. Ci muoviamo a fatica, ma proseguiamo. Un minuto prima siamo in piedi, di taglio, che strisciamo contro le pareti e quello dopo strisciamo in orizzontale senza sapere quando finirà. Una piccola sala si allarga e ci regala uno spettacolo: a parete, per sbaglio, scorgo un ammonite perfettamente conservato. Bellissimo. Ci motiva a continuare e così facciamo. Passa almeno un’ora. I passaggi sono stretti, difficili e tecnici. Bisogna liberare la mente ogni volta per capire come affrontarli al meglio per risparmiare qualsiasi briciolo di energia.

Un altro meandro e l’ennesima saletta. La via si biforca. A destra scorgiamo un passaggio, uno scivolo scavato da una cascata d’acqua, oggi ridotto ad un rivolo d’acqua. È troppo stretto per noi. Sarà per un’altra volta, per un’altra storia. Oggi ci proseguiamo nella forra principale fino a raggiungere un antico sifone ormai ridotto a limo. Chissà se anni prima l’acqua lo riempiva? Questa domanda ci rimbalza nella mente mentre lo esploriamo. Stalattiti bianche e colate calcaree dalle forme più bizzarre ci accolgono fino ad un passaggio perfettamente circolare. Io non riesco a passarci. Le spalle si bloccano a metà strada e non voglio rischiare di rimanerci incastrato. Ma Luca riesce ad entrare. Scava a pavimento pur di proseguire. Sento ogni respiro affaticato, parole infuocate scandiscono i minuti eterni in cui tenta il passaggio fino ad un “WOW” che attraversa tutta la grotta. “Siamo in Sala Sala”, ovvero il salone mastodontico di Via Col Vento. Per la prima volta siamo riusciti a collegare le due vie, chiudendo un giro ad anello.
E così si conclude la mia prima vera esplorazione spalmata su molte settimane. Settimane di dubbi, di sfide, di curiosità, alimentate da sogni e speranze, fatte di sudore e fatica, ma che ancora oggi mi spingono a guardare dove nessun altro oserebbe. A scegliere di perdere la strada conosciuta per vedere cosa la natura tiene in serbo per me.
Testo: Giulio Oliva
Foto: Gruppo Grotte Gallarate