
ABYSS CLEANUP
Ambiente / 16 luglio 2026
L’idea di girare il documentario “Abyss Cleanup” nasce nel 2019, dopo la pubblicazione di uno studio del CNR sui rifiuti profondi nello Stretto di Messina.
L’idea di girare il documentario “Abyss Cleanup” nasce nel 2019, dopo la pubblicazione di uno studio del CNR sui rifiuti profondi nello Stretto di Messina.
In quel periodo avevo appena finito un altro progetto e stavo cercando una nuova storia da raccontare. Mi imbattei in una ricerca che parlava di una grande concentrazione di rifiuti nei canyon sottomarini dello Stretto. Si parlava di fondali profondi, anche a centinaia di metri sotto la superficie.
Quella cosa mi colpì subito.
Lo Stretto di Messina è una grande valle sommersa tra Calabria e Sicilia. Al centro scorre il Canyon centrale, che va verso il mar Ionio fino a circa 3000 metri. Sui fianchi di questa valle ci sono altri canyon più piccoli, collegati alle fiumare e ai versanti costieri. Durante le piene, questi sistemi possono trasportare sedimenti e materiali dalla costa fino al largo e a grandissime profondità.

I ricercatori del CNR lo avevano già visto con un ROV durante una spedizione del 2016. Sul fondo non avevano trovato solo la classica “plastica”, che tutti ci aspetteremmo di trovare come rifiuto in mare. Avevano trovato oggetti di ogni tipo, perfino parti di una cucina e un’automobile. Per me, che fino a quel momento avevo raccontato soprattutto il degrado in cui versano i fiumi del mondo, era una notizia difficile da ignorare. Del resto i fiumi finiscono a mare...
Scrissi alla dott.ssa Martina Pierdomenico, una delle ricercatrici coinvolte nello studio, e andai a Roma per incontrarla. Parlai anche con il professor Francesco Latino Chiocci, geologo marino. Ero interessato, ma ero anche molto inesperto rispetto al mondo dell’esplorazione sottomarina. Avevo entusiasmo, però non avevo ancora una reale idea dei costi, della logistica e della complessità tecnica di un’operazione del genere.
All’inizio pensavo ingenuamente che bastasse trovare un ROV e partire all’avventura con una barca qualsiasi. Magari un gommone.
Poi ho capito che un ROV in grado di lavorare a quelle profondità richiede una barca adatta, operatori, cavi, monitor, sistemi di controllo e una pianificazione precisa. Anche facendo tutto in modo molto essenziale, i costi erano totalmente fuori dalla portata di un progetto nato quasi come un vlog per Youtube. Si parlava di cifre fra i 3000 e i 10000 euro al giorno.
A quel punto ho deciso di attuare la mia solita strategia e partire da un primo step.
Nell’estate del 2019 ho iniziato a formarmi come subacqueo e a girare le prime immagini a profondità a me accessibili. Volevo capire meglio cosa succedeva sui fondali, come si racconta un ambiente sottomarino e quali immagini servissero davvero per costruire un film. Ho iniziato in Sicilia, con immersioni in luoghi dove il problema dei rifiuti era già evidente. Una delle prime esperienze forti fu a Terrasini, dove vidi per la prima volta un fondale completamente coperto di immondizia.

Quella fase mi servì a capire una cosa semplice: non potevo fare quel documentario da solo. Ci avremi messo decenni.
Servivano ricercatori, diving, operatori, sponsor tecnici, barche, persone capaci di lavorare in mare e di farlo con continuità.
Purtroppo però, maturai questo pensiero nei primi giorni di febbraio del 2020 quando tutto si fermò improvvisamente.
Il Covid interruppe le riprese per mesi. Quando fu possibile tornare in acqua, il progetto ripartì con nuove storie e nuove immagini. Una delle più forti fu sicuramente quella delle auto sommerse di Varazze, affondate dopo l’alluvione di Genova del 1970. Anche lì il mare raccontava qualcosa di più complesso di quanto apparisse in superficie. Un’operazione considerata all’epoca una soluzione ambientale geniale, ma che di geniale aveva in realtà poco se vista con gli occhi di oggi.

Abyss Cleanup è cresciuto dentro queste contraddizioni.
Poi, dopo anni di lavoro e per una serie infinita di coincidenze, siamo arrivati alla parte più difficile: andare nello Stretto di Messina con il ROV per filmare i fondali profondi. La settimana di lavoro fu fissata per giugno 2023. Non c’erano molte alternative. La barca c’era stata messa a disposizione per qualche giorno da Sea Shepherd, associazione di cui sono volontario, impegnata in quel periodo in Sicilia per la campagna Ghostnet (rimozione di reti fantasma).
Dovevamo sperare nel meteo e lavorare dentro uno degli ambienti marini più complicati del Mediterraneo. Penso che sia stato davvero come tentare di vincere alla lotteria.
Lo Stretto è un’incubo. Il traffico navale è impressionante. Le correnti cambiano direzione e intensità spesso e quelle in profondità sono del tutto imprevedibili. Quando hai un ROV collegato alla barca da un cavo e lo strumento lavora a centinaia di metri di profondità, ogni manovra deve essere controllata. E noi non controllavamo benissimo la barca in quelle condizioni, devo essere sicnero.

È stata una produzione difficile, ma alla fine siamo riusciti a portare a casa le immagini che cercavamo, un po’ per l’ostinazione del team e un po’ per banalissima fortuna.
A quel punto però il progetto non era più un vlog. Era un documentario che poteva andare al cinema.
Montare Abyss Cleanup significava mettere insieme anni di materiale girato in situazioni molto diverse. C’erano riprese nate per il web e immagini pensate per il cinema. Serviva trovare un linguaggio più ampio, capace di tenere insieme ricerca scientifica, avventura, ambiente e racconto personale.
Fu un delirio anche questa fase. Forse più dello Stretto.
In questa fase il lavoro del team è stato decisivo. Le riprese di Tommaso Cassinis, il drone di Vincenzo Cutietta, il montaggio di Giusy Santoro, la color correction di Lorenzo Ameri, le musiche di Riccardo Nanni e il sound design di Full Code hanno dato al film una forma più compiuta.

Per me Abyss Cleanup resta il progetto in cui ho capito che il mare è lo specchio della nostra società. Conserva i resti delle nostre decisioni scellerate, della nostra arroganza ed è un archivio che dovrebbe ricordarci sempre chi siamo e come possiamo migliorare.
A tal proposito ho deciso di intraprendere un nuovo progetto che mostrasse solo il bello e le storie più forti che il mare nasconde e chiamarlo Abyss Discovery.
Per questo la collaborazione con PHY Diving Equipment si inserisce naturalmente nel mio percorso. Mi dovrò spingere più in profondità, restarci per più tempo e questo richiede grande attenzione all’equipaggiamento e all’attrezzatura subacquea.
Spero saliranno altri partner a bordo di questa nuova avventura, ma intanto come è stato per Abyss Cleanup bisognava fare il primo passo. Chi crederà mai a un tuo progetto se tu per primo non ci credi?
Backstage
Testo: Igor D'India
Immagini: Igor D'India

Autore
Igor D'India
Autore
Adventure filmmaker e documentarista: racconta sport, spedizioni e ambiente in contesti selvaggi, con esperienza anche in riprese subacquee e produzioni outdoor.